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Gli ultimi messaggi del Forum

R: La marcia di Radetzky - Joseph Roth

«L'Imperatore era un vecchio. Era il più vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva. [...] La gente pensava che Francesco Giuseppe ne sapesse meno di loro perché era tanto più vecchio. Invece ne sapeva forse più di molti. Vedeva tramontare il sole sul suo Impero ma non diceva nulla. Sapeva che sarebbe morto prima di quel tramonto. Talvolta fingeva ignoranza e ci godeva quando qualcuno gli dava chiarimenti dettagliati su cose che lui conosceva a menadito. [...] Egli dissimulava la sua intelligenza nella semplicità: poiché non si addice a un imperatore essere intelligente come i suoi consiglieri. Egli ha più caro apparire semplice che intelligente. Quando andava a caccia, sapeva benissimo che gli mettevano la selvaggina davanti allo schioppo e, sebbene lui potesse abbattere anche altri animali, nondimeno sparava solo a quelli che gli avevano spinto davanti alla canna. Poiché non si addice a un vecchio imperatore mostrare che ha scoperto un piccolo stratagemma e che sa sparare meglio di un guardaboschi. Quando gli raccontavano una fandonia, faceva finta di crederci. Poiché non si addice a un imperatore cogliere in flagrante qualcuno che racconta una cosa per un'altra. Quando ridevano alle sue spalle, fingeva di non accorgersene. Poiché non si addice a un imperatore accorgersi che si ride di lui; e questo riso è anche stolto sintanto che lui non vuole accorgersene. [...] Ora lo ritenevano un uomo di cuore, e lui era indifferente. E ora dicevano che fosse freddo – mentre il suo cuore soffriva. Aveva vissuto abbastanza per sapere che è stolto dire la verità. Concedeva alla gente l'errore, e alla stabilità del suo mondo credeva meno di tanti spiritosi che nel vasto Impero raccontavano aneddoti su di lui. Ma non si addice a un imperatore competere con gli spiritosi e con gli uomini di mondo. Così l'Imperatore taceva.»

(Capitolo quindicesimo)

Diario di un dolore - C. S. Lewis

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.

La marcia di Radetzky - Joseph Roth

«Allora, prima della grande guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. Se il fuoco portava via una casa dall’isolato di una strada, il vuoto lasciato dall’incendio rimaneva ancora a lungo. Poiché i muratori lavoravano lenti e attenti, e i vicini più prossimi, come i passanti casuali, quando davano uno sguardo allo spiazzo vuoto si rammentavano della forma e delle mura della casa scomparsa. Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione.»

(Capitolo ottavo)

La pietra lunare - Tommaso Landolfi

«[…] E in effetti, sul suo conto si citavano parecchi fatti inquietanti. In primo luogo abitava lassù, dove rimaneva quasi sempre sola, come se non fosse fatto suo. Secondariamente leggeva libri. Eppoi prendeva spesso la via dell’aperta campagna, la via verso i monti, anche di notte, senza che per questo uno ch’è uno dei giovanotti del paese potesse vantarsi d’esserle benaccetto. Da ultimo cantava a tutte le ore, e qualche volta anche dopo l’avemaria, certe nenie strane e rivoltanti che nessun’altra conosceva e non si sa dove le avesse imparate. Hm hm, seguitavano a dire le vecchie senza spiegarsi e le giovani maritate finirono col concluderne che qualcosa di misterioso doveva esserci sotto; insomma per dirla tonda, la fanciulla era caduta in sospetto di stregoneria. […] Le poche che non vollero entrare in quest’ordine d’idee sostenevano invece che fosse straordinariamente superba, che sdegnasse tutti i giovani della sua condizione e sognasse chissà che. Sicuro, un fior di ragazza come lei, che avrebbe fatto girar la testa a chiunque, andarsene sempre così cogli occhi bassi?
Senza dubbio a chi s’attardasse verso sera sul largo Carbonaro faceva un certo senso quel suo canto […] simile alle spade degli antichi cavalieri, trapassava come senza ferire e dalla sorda piaga si levava poi segretamente, s’espandeva lievitava scoppiava il dolore; o una macabra gioia, gonfia e torta, quasi fiorita di verruche, spaventosa a colui medesimo che n’era vittima. Terrore e desiderio malinconia e allegrezza s’avvicendavano, stringendolo, nell’animo del ritardatario […] Suonavano i rintocchi dell’avemaria, il ritardatario si riscoteva e si chiedeva con rabbioso sgomento: ma che diamine faccio qui incantato? Quella dev’essere una strega di certo! - e s’affrettava a rincasare.»

(cap. II)